Memis e Juba

Questo matrimonio, questa incoronamento di un amore che ha già partorito una manciata di figli, credevo rimanesse nella mia mente una di quelle leggende zingare tra il reale e il fantastico. Eppure già sentivo la musica forte, immaginavo lo scenario: centinaia di zingari che ballano come ipnotizzati. Le donne: madonne vestite d’oro e colore. I loro visi; alcune sembrano tipiche contadine della Romania, il paese che ha adottato questa comunità di camminatori erranti: i capelli chiari, il viso rotondo, la stazza possente. Altre potrebbero essere indiane; l’India, il paese da cui è iniziato il cammino di questa gente dalla pelle bruna e gli occhi di un nero profondo.

Ed eccomi qui. In Chiesa, secondo la funzione Ortodossa, Juba e Memis vengono incoronati come un Re e una Regina. Il prete riempie la Chiesa di incenso, gira in tondo, le donne lo seguono e lui le sgrida perchè dalla gioia iniziano a ballare e cantare intorno a lui. Rientriamo in fretta e furia al campo e festeggiamo per più di 48 ore.

I musicisti suonano ritmi esotici. Un enorme tavolo a ferro di cavallo si conclude con il gruppo dei più giovani; vivaci adolescenti dalla pelle bruna. Le donne portano in tavola i piatti della tradizione. Caldo e sudore ovunque.

Le note suonano veloci e sfociano in urla disperate, neomelodiche. Penetra un sole accecante che illumina le danze delle donne. Le mani colpiscono il bacino, poi si fanno leggere e accarezzano l’aria. Due giorni di musica, danze, urla, sudore, alcool. Poi mi sento tirare, mi ritrovo in un cerchio di uomini. Hanno lunghi baffi, grandi pancioni e cappelli da cowboy. Sono come stordito e comincio a saltellare anch’io. Eccomi in un luogo dove è raro avere accesso, dove la maggior parte delle persone non ci vorrebbe mai finire. Ma per me è normale essere qui. Sono entrato in questo campo rom per scattare delle foto per un libro e non me ne  sono più andato.

Mi interessa quel modo di vivere in lotta con quello di oggi, il rapporto squilibrato tra un’integrazione stressante e la battaglia, conscia o meno a difesa della propria identita’, delle proprie tradizioni. Osservo queste carovane parcheggiate e penso che da un momento all’ altro potrebbero ripartire per nuove strade, per una festa dall’altra parte d’Europa. Per salvare un identità.

I tempi moderni non permettono più spostamenti a questo popolo, iperattivo, odiato. Troppo vivace per pretendere che resti fermo. Figuriamoci se poteva ancora servirci una comunità di lattonai, maniscalchi e chiromanti. Certo è che mentre gli storici si affaticano per fare chiarezza nella storia dei rom e la loro cultura, noi facciamo di tutto per distruggerla. Sono loro gli  ultimi indiani d’Europa e come con quelli d’America, anche noi, ogni giorno speriamo di porterli confinare una volta per tutte e voltare pagina?